Non so quante volte mi è capitato di benedire il lavoro nel corso dell’ultimo anno. Non tanto il poco lavoro che mi è rimasto come copywriter freelance (scrivo poco, fatturo poco), ma l’altro, quello part-time come Course Coordinator nella piccola e graziosa scuola di inglese a San Benedetto del Tronto, dove vado ogni giorno per qualche ora e sto in mezzo alla gente, mi rendo utile, mi concentro, dò una direzione alla giornata, vado d’accordo con le colleghe, faccio cose che mi piacciono e mi guadagno, infine, lo stipendio che mi permette di vivere da sola, provvedere a me, alla casa e a Martino, gatto rosso ed esigente.

Soprattutto, benedico questo lavoro perché mi contiene: mi tiene insieme, raduna elementi pratici e funzionali di me, facendoli convergere verso un movimento fluido di azioni quasi ogni giorno uguali: alzarmi, prepararmi, spesso truccarmi un po’ e avere un aspetto curato; occuparmi di Martino, pulirgli la lettiera e dargli da mangiare; uscire di casa, mettermi in macchina, stare nel traffico, tribolare un po’ per trovare parcheggio, arrivare a lavoro e fare quello che c’è da fare lungo tutta la giornata, appoggiare da qualche parte certi cattivi pensieri, certi dispiaceri. Queste faccende ordinarie sospendono il mio dolore straordinario, interrompendo per qualche ora al giorno il fitto legame che ho con esso. Per questo, credo, temo sempre ferie e feste nazionali, non so mai come me la caverò.

Ho bisogno di questa vita normale, di questa routine così poco eccezionale, senza pretese d’inventiva.

Ha il pregio, questo insieme di abitudini organizzate, di oliare alcuni complessi ingranaggi del cervello che altrimenti produrrebbero narrazioni disfunzionali e disgraziate. Ecco un esempio di narrazione disfunzionale e disgraziata, nonché inutile e cretina: mi sento in colpa per essere io quella ancora viva. Non solo viva, ma anche, tutto sommato, in un momento di vento a favore. Il senso di colpa va bene per creare letteratura, cinema, arte, non per stare al mondo tutti i santi giorni.

Da quando so che per adesso non si muore, non di cancro almeno, ho cominciato a sognare Simone. Forse qualche volta l’avrò sognato anche nei primi mesi successivi alla sua morte, durante l’estate, non so, è certo che al risveglio non ricordavo nulla; il sonno – soprattutto quando favorito dalle benzodiazepine o dalla stanchezza che mi procuravano le chemioterapie di quei mesi, – era un’anestesia profondissima. Adesso, invece, se lo sogno me ne ricordo al mattino e il ricordo mi segue, rimane con me durante la giornata, lasciandomi una sofferenza nel petto. Per questo benedico il lavoro: mi distrae da quella sofferenza, soprattutto da quella.

Le immunoterapie ogni tre lunedì mi buttano una giornata a letto. Sono invalida, ma soltanto quel giorno. La mia 104 dice che lo sono sempre e al 100% perché ho una grave patologia oncologica, per giunta diventata cronica, mentre ignora quanto possa essere più invalidante, alle volte, il dolore mentale, quello più invisibile. Una specie di febbre che comincia al risveglio, dentro agli occhi che lacrimano.

Benedico anche i miei nipoti, i soli bambini che riesco a sopportare, e le maschere di Carnevale.

Batman per Gioele, Robin per Elia, Catwoman per me e Joker per mio padre. Mi sono comprata un costume di Carnevale – non lo facevo da molti anni, papà dice lui da quand’era ragazzo. Domenica ci siamo mascherati, truccati, conformati alla cultura del Carnevale, e abbiamo passato la domenica con i bambini. Abbiamo giocato, siamo scesi in strada a lanciarci le stelle filanti, mia madre ha cucinato i ravioli, per dolce c’erano le chiacchiere. Io ho preso un po’ in giro quel povero cristo di Mio Fratello Fiduciario, che dorme poco, ha la gastrite e compra saggi sulla genitorialità che non ha il tempo di leggere. Mancava soltanto la tv accesa sulle Olimpiadi invernali e saremmo stati una splendida famiglia convenzionale. Poi sono tornata a casa mia e ho dormito dodici ore.

Lo schema, dunque, e il contesto, la rete degli affetti, il primo caffè del mattino presto, le cene con gli amici, il pilates, le feste stagionali, Martino che rompe il vaso di vetro sul tavolo: tutto questo mi tiene ben ancorata alla realtà. Non è sempre un piacere, essere ben ancorati alla realtà, ma è buono. Quando mi capita di pensare a questi ultimi tre anni, allora mi dico che ne sono successe abbastanza da spezzare una mente. Che fortuna, una fortuna incredibile, che la mia non si sia spezzata, almeno finora.

Cosa ci faccio, adesso, con questa benedetta, provvisoria normalità? Come m’organizzo ogni tre mesi, quando vado a fare la TAC di controllo che regola il mio tempo, il modo che ho di abitarlo?

[Immagine in copertina: foto di Llanydd Lloyd su Unsplash]