Lunedì 20 luglio 2026.
Pembrolizumab, ciclo 15. Oppure 16. Anche in reparto a volte perdono il conto.
Nelle ultime settimane, fra un ciclo e l’altro, mi è tornata la cheratite all’occhio sinistro. La cheratite non me la ricordavo più, dall’estate di tre anni fa. Allora andai in giro per qualche giorno con grossi occhiali neri, somma intolleranza alla luce e una specie di sabbia infuocata nei bulbi.
Stavolta è stata meno grave, ho lacrimato due, tre giorni – nulla che non si sia potuto risolvere, anche questo, con il cortisone.
Mi chiedo se il ritorno di questo effetto collaterale possa dipendere dal fatto che all’ultimo ciclo il pembrolizumab mi è stato iniettato in mezz’ora invece che in un’ora come sempre. «Perché lo tolleri bene, – m’ha spiegato la dottoressa, – e quindi possiamo farlo in mezz’ora».
Anche oggi il tempo di infusione previsto per il pembro è mezz’ora, perché lo tollero bene. Chissà che cosa mi verrà questa settimana. Mi andrebbe a genio ripetere la cheratite, così non spreco le fiale di Xanterdes.
Stamattina è di turno Antonella.
Antonella è bravissima con gli aghi, anche con quelli di Huber; di solito, quando mi punge il petto per bucare il port, lo fa con mano lieve e rapida.
La vedo arrivare con una tovaglia di carta turchese, me la stende adosso, mi sento una tavola apparecchiata per la colazione. Garze imbevute di disinfettante e qualche anestetico – ma io arrivo sempre in reparto con la pelle già sedata da Emla 25 mg, – flaconi, cerotti, ed eccolo: l’ago di Huber, l’aguzzino della mia tasca sottocutanea ogni tre settimane.
«Conta», ricordo ad Antonella.
Lo ricordo a tutte le infermiere, sempre, di contare fino a tre prima di pungermi, perché così io ho il tempo di inspirare quanto serve. In questo modo l’ago fa meno male.
«Sì, – dice Antonella, – conto». Invece non conta. Stamattina è sbrigativa, distratta, mi punge a tradimento e mi fa male. Non sopporto più questi pizzichi dolorosi, non sopporto il bruciore iniziale che s’allarga intorno, l’odore dei disinfettanti, l’ordinarietà di questa liturgia.
Liturgia che pur rivedono ogni tanto con qualche modifica, integrazione, aggiornamento.
Stamattina, per esempio, c’è stato un nuovo protocollo di domande prima di cominciare a trafficarmi addosso. Antonella ne ha lette ad alta voce tre: «Hai dolori?». «Sei caduta di recente?». «Ti capita di perdere pipì o popò?» (questa l’ha storpiata lei di sicuro, Antonella è molto pudica). No a tutte e tre. Sono una paziente oncologica fortunata.
Mentre sto facendo la fiala preparatoria dell’antistaminico che oggi mi farà dormire, arrivano con un foglio, anche questo è nuovo. C’è disegnato un termometro dove devo barrare, in una casella da 1 a 10, il grado di malessere che meglio descrive come mi sento nell’ultima settimana, oggi compreso. Tenendo conto che nella lista degli “aspetti emotivi” ho già svagatamente spuntato “depressione” e “nervosismo”, e che in quella degli “aspetti fisici” ho scelto “stanchezza”, “difficoltà alla concentrazione”, “pelle secca” e “sentirsi gonfi”, decido di segnare 4. Non è una valutazione obiettiva, ma segno 4. C’è anche una lista degli “aspetti spirituali/religiosi”, due caselle: “rapporto con Dio”, “perdita della fede”. La ignoro.
Davanti a me oggi c’è una signora molto furiosa e molto malata che urla con le infermiere e dice un sacco di parolacce senza ritegno. Avrà sessanta, settant’anni.
La chiamano Bet.
Bet è magrissima, grigia, stufa, e ha qualcosa che non le permette di pronunciare bene le parole. Penso che io potrei essere così, un giorno. Non ho dubbi sulle parolacce senza ritegno, sul resto mi dico: speriamo di riuscire almeno a pronunciarle bene, forti e chiare.
L’altra paziente nella stanza 2 ha un cappellino a fiori sul cranio nudo, anche lei fa fatica a parlare e le tremano le mani. Discute di stipsi con la sua oncologa, che è passata in stanza a salutarla. «Sono i dispiaceri che non mi fanno andare in bagno», farfuglia la signora. «L’intestino è il nostro secondo cervello, Daniela», le dice la dottoressa in vena di rivelazioni.
Oggi nella stanza 2 siamo tutte veterane scoglionate.
Antonella torna per scollare energicamente i cerotti e togliermi l’ago di Huber, e mi fa male pure stavolta. Sperimento un momento di odio intenso che non ho mai provato. Vorrei insultarla oscenamente, afferrarla per quei capelli grigi sempre arruffati e scuoterla fino a farle invocare la pensione che sta aspettando. Chiudo gli occhi, mi mordo le labbra e penso che ho ancora tempo per essere Bet.
Bet, intanto, ha lo sguardo scocciato. Quando parla con la sua accompagnatrice le si contorce tutto il viso per una serie di spasmi, il collo si dimena come un serpente. «Mi sono rotta i coglioni, hai capito? Che cazzo!». La sua accompagnatrice ha la postura della rassegnazione, annuisce a testa bassa.
Secondo me stamattina, prima di entrare in reparto a fare le sue terapie antitumorali, Bet si è fumata una sigaretta come me.
Io ho il brutto carattere e l’umor nero di mia nonna Santina e, a oggi, con la complicità del cortisone, pure le sue matronali fattezze. Penso che dovrò dimagrire molto, per essere completamente Bet.
Quando vado via, saluto come sempre le altre donne presenti nella stanza. Arrivederci, buona giornata. Bet, che in quel momento tiene gli occhi semichiusi, li apre appena per mettermi a fuoco quando le passo davanti. Le si ammorbidisce lo sguardo e con voce all’improvviso benevola mi dice «Ciao». In quell’istante di luce ci guardiamo, ci guardiamo veramente.
Cazzo, mi dico uscendo dalla stanza, cazzo. Bet è stata me e io, ci scommetto: sarò Bet.
[Immagine in copertina: Foto di Ludovica Dri su Unsplash]




