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Serie 7, post #6. È giugno

La PET è pulita. È giugno e io continuo a salvarmi. A distanza di un anno e mezzo dalla diagnosi di recidiva, sono ancora viva. Un mese dopo l’altro, vado in ospedale a fare le mie infusioni di pembrolizumab. Una settimana dopo l’altra, mi alzo la mattina. Un giorno dopo l’altro, ingoio una compressa e mezza di Cortone Acetato 25 mg. Bevo il caffè davanti alla finestra e guardo la striscia di mare oltre le case a est, pulisco la lettiera di Martino e gli metto le crocchette fresche, mi preparo e vado a lavorare.

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Serie 7, post #5. I buoni e i cattivi

L’altro giorno stavo con mio nipote Gioele. Ha quattro anni e mezzo, adesso, e una resistente ossessione per i supereroi. Gli piace mettere in scena sanguinosi combattimenti fra i buoni e i cattivi. Mi spaventa, questa fasulla narrazione che si fa all’infanzia, con cui cresciamo un po’ tutti finché le cose non si complicano e diventano meno chiare. Mi è venuto spontaneo mettere in dubbio subito questa convinzione. «Ma io non ho capito, – gli ho detto, – chi sono i buoni? Cosa fanno?».

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Serie 7, post #4. Sospensione

Mi hanno fatto due prelievi uno di seguito all’altro, ho il braccio sinistro di un’eroinomane – al destro non si può più succhiare sangue né iniettare sostanze di alcun tipo, da quando è vuoto di linfonodi. Ecco, trovato, il problema è questo: che abbiamo passato i primi mesi di quest’anno a glorificare il pembrolizumab che mi tiene in vita, e a scongiurare il rischio di effetti collaterali che ne comprometterebbero la continuità, e nel frattempo invece il pembrolizumab mi sta consumando. Tossicità endocrina, dice il mio sangue. C’è stato un calo importante del cortisolo: dobbiamo temporaneamente sospendere l’immunoterapia.

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Serie 7, post #3. Non vuoi vedere come va a finire questa storia?

A volte è pesante confrontarsi con la soglia di dolore degli altri. Esistono non so quanti gradi di complessità della vita nella percezione umana, ognuno la sopporta al grado che può.
«Non vuoi vedere come va a finire questa storia?». È la domanda che uno psichiatra ha fatto di recente a una persona della mia famiglia alla quale voglio molto bene e che è in difficoltà (grado di percezione di complessità: vicino al massimo per lei). Ho pensato molto a questa domanda così ben posta, così narrativa.

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Serie 7, post #2. Benedetta normalità

Non so quante volte mi è capitato di benedire il lavoro nel corso dell’ultimo anno. Soprattutto, benedico questo lavoro perché mi contiene: mi “tiene insieme”, raduna elementi pratici e funzionali di me, facendoli convergere verso un movimento fluido di azioni quasi ogni giorno uguali. Queste faccende ordinarie sospendono il mio dolore straordinario, interrompendo per qualche ora al giorno il fitto legame che ho con esso. Ho bisogno di questa vita normale, di questa routine così poco eccezionale, senza pretese d’inventiva. Cosa ci faccio, adesso, con questa benedetta, provvisoria normalità? Come m’organizzo ogni tre mesi, quando vado a fare la TAC di controllo che regola il mio tempo, il modo che ho di abitarlo?

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Serie 7, post #1. Per oggi non si muore

Com’era emozionato, il mio Gran Maestro, mentre mi guardava dritto e radioso negli occhi e diceva: «È un risultato eccezionale, Annalisa!». Questo è avvenuto sabato 7 febbraio 2026. Il risultato eccezionale è che è passato un altro anno e io ci sono ancora. Anche Il Granchio c’è ancora, è uno che non se ne va, coabitiamo, ma l’immunoterapia per il momento sta funzionando. «Insomma, per oggi non si muore, giusto?», ho chiesto. «Per oggi non si muore», ha ripetuto il Gran Maestro annuendo. Per oggi non si muore, non ancora, non tra poco, non di cancro. Ho sognato Simone, finalmente. Camminava con le mani nelle tasche di un giubbotto scuro, sui sampietrini che amava, in una piazza forse, o sotto grossi portici, al centro perfetto del punto di fuga di uno spazio architettonico aperto.

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Serie 6, post #11. Elsa e le veterane

Stamattina nella stanza 4 è entrata questa donna più o meno della mia età, occhiali e ricci neri, un uomo al seguito. Si è tolta le scarpe, si è sdraiata, ha dato un’occhiata veloce intorno alla stanza e si è messa a piangere in silenzio, coprendosi gli occhi con le mani. Prima volta. Elsa s’immatricola oggi. Questa è la sua iniziazione. Noi siamo le veterane.

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Serie 6, post #7. All’autunno ci arrivo

Ma poi, anche la vecchiaia per me è una fantasia: mi è sempre più difficile immaginare di farne esperienza. Ho anzi preso l’abitudine di dire frasi come: «L’estate prossima, se ci arrivo, voglio prendere l’ombrellone al Lidian per tutta la stagione», o «Al diciottesimo compleanno di mio nipote, se ci arrivo, …», oppure «Mi sto pagando la pensione, se ci arrivo» (ma credo che questa qui la diciamo in molti, con o senza il cancro). «Se ci arrivo», lo dicono i vecchi, i moribondi, gli sfiduciati e gli esausti. All’autunno ci arrivo. Ho boschi da vedere e un bambino da conoscere.

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Serie 6, post #6. Se il meglio è già venuto

Considerare un’ipotesi di futuro vivibile, adesso, in questo momento, è o non è un compito gravoso? Ed eccola qui, la finaccia piagnona, ecco quell’imbarazzante “problema dell’autocommiserazione” che Joan Didion si appuntava pochi giorni dopo la perdita del marito John, e che è anche preludio a quel vittimismo disfunzionale e lamentoso che fa la fortuna di tanta narrazione odierna. È un’insidia costante, una ragionevole tentazione. Ma davvero: come provare anche solo a desiderarlo, il tempo a venire, se ho il sospetto che per me il meglio sia già venuto?