La PET è pulita. È giugno e io continuo a salvarmi.
A distanza di un anno e mezzo dalla diagnosi di recidiva, sono ancora viva. Un mese dopo l’altro, vado in ospedale a fare le mie infusioni di pembrolizumab. Una settimana dopo l’altra, mi alzo la mattina. Un giorno dopo l’altro, ingoio una compressa e mezza di Cortone Acetato 25 mg. Bevo il caffè davanti alla finestra e guardo la striscia di mare oltre le case a est, pulisco la lettiera di Martino e gli metto le crocchette fresche, mi preparo e vado a lavorare. Tutti i giorni, esclusi il sabato e la domenica.
Il sabato e la domenica faccio le cose che fanno tutte le persone libere e sane. Ho questa vita normale. Eppure niente è normale, della mia storia per come s’è incanalata: terapie permanenti, esami medici ogni tre mesi, tutto un entrare e uscire dal reparto di oncologia, il rigonfiamento del port sotto la pelle, un seno di cartone e le revisioni dell’INPS di fronte alle commissioni mediche. La revisione, l’ho fatta a maggio: stavolta l’INPS ha esteso la mia a due anni. Significa, ho pensato, che perfino le Pubbliche Amministrazioni hanno capito che non c’è rischio di guarigione imminente. Per il sistema di previdenza e assistenza sociale sono un caso semplice, “idonea” all’assegno di invalidità di trecentoquaranta euro al mese.
Continuo a cercare buone narrazioni sulla malattia.
Ho iniziato a leggere La cura di Concita De Gregorio (Einaudi, 2026) e ho ascoltato il suo podcast “Le parole della cura” su Rai Radio 3. Ogni tanto leggo qualche post sul blog di Luca Conti, che è morto il 10 marzo. Mi metto sulle tracce di autrici e autori, aggiorno il mio archivio di materiali che chiamo Laboratorio, creo la mia bibliografia di riferimento. Non mi interessano le cronache e le testimonianze di pazienti oncologici che “lottano contro il cancro”, mi interessano i racconti di chi lavora con la scrittura, con le parole, con i contenuti.
È ancora questo che mi anima, ancora questo il DNA di Progetto Kintsugi: trasformare il disastro privato in invenzione narrativa.
Leggo con lentezza e scrivo poco, la nebbia mi abita ancora la mente. Accatasto libri sul comodino, prendo appunti sulle note del cellulare, mi mando messaggi su WhatsApp per ricordarmi una frase, un’immagine. Ammucchio idee che restano lì come embrioni morti. Il 13 maggio ho annotato questo: “Ultima frase prima di morire: vorrei poter dire che ha avuto un senso”. Mi faccio molte domande troppo velocemente. Credo sia il cortisone.
Un paio di volte al mese, forse tre, mi dedico a un pianto sgolato mentre mi porto a letto la foto di Simone.
È giugno.
È giugno e io ho un problema con le date (questo: che le ricordo tutte).
Il 2 giugno del 2015 io e Simone ci eravamo messi insieme. Il 12 giugno del 2022 ci eravamo sposati. Il 13 giugno del 2025 Simone è morto. Il 15 giugno è il suo compleanno. Ogni giugno sarà questo – una raffica di coltellate, – per ogni giugno che mi rimane. Avverto questa specie di condanna al ricordo. La memoria è una cosa preziosa ed è una cosa pesante.
È grandiosa, la mole di materiali che la mente registra e stipa negli anni che passiamo accanto a qualcuno. Per molto tempo non ce ne ricordiamo, sono frammenti che giacciono sul fondale della memoria. Il lutto lavora in luoghi sotterranei della coscienza e, a un certo punto, comincia a restituire ricordi come fa la marea con i detriti. Questa restituzione è lenta e può durare mesi, anni.
È giugno e io preparo il mio ritorno a Jesi, per un fine settimana dedicato alla memoria, alla commemorazione, ai riti. Tutti ci stiamo preparando, ad attraversare giugno. Chi s’impegna a pregare e fa dire messa, chi va al camposanto, chi fa un lungo applauso nelle maratone marchigiane di tango, chi farà un brindisi. Io pubblico post su Facebook e scrivo, altro non so fare. Comprerò girasoli freschi dalla fioraia vicino al cimitero.
Sul citofono della casa in via Colombo ci sono ancora i nostri nomi e cognomi. Nessuno abita lì ormai da quasi due anni. La cassetta della posta continua a riempirsi di carte nonostante il mio cambio di residenza registrato quasi subito. Avevo scritto all’amministratore del palazzo di spostare tutto nella cassetta dei nostri buoni vicini di casa ma non lo ha fatto, se n’è dimenticato un’altra volta.
Sono stata scortese questa mattina quando gli ho scritto “Cosa devo fare per recuperare la posta, scassinare la cassetta?”. Sono stata scortese e quel che è peggio è che non me ne dispiaccio. Mi accorgo di diventare via via sempre più insofferente di fronte alle inadempienze, le trascuratezze. Invecchio, come tutti. Forse invecchio male, come molti.
Sarò una vecchia scortese che vive sola col suo gatto e un cancro cronico, le foto dell’ex marito in casa e il senso di colpa. Il senso di colpa e l’imbarazzo del superstite.
«Come stai?» mi chiedono in questi giorni, e io rispondo: è giugno.
Affido alla mia osservazione laconica – che è giugno, – una speranza di significato denso e compiuto.
Non so dire con precisione perché questo mese sia peggiore di quelli che lo hanno preceduto. Ha senz’altro a che fare con il fatto che è il primo anniversario di un lutto violento e inconcepibile. Non avevo esperienza, in materia di lutti violenti e inconcepibili, ora sì.
I pensieri di questi primi giorni di giugno sono perlopiù inutili e dannosi: per esempio, che questi primi giorni di giugno di un anno fa erano, per Simone, gli ultimi della sua vita. Cosa faceva, come si sentiva, chi vedeva, quali sono le ultime azioni che ha compiuto prima di stare male, quali avrebbe fatto se avesse saputo che stava per morire. A che serve, pensare a questo? A niente, ma suppongo che chiunque abbia come me un legame stretto con la narrazione non possa fare a meno di interrogare il tempo passato, immaginare storie diverse, possibili. Quel “What if?” letterario che mi ha sempre tanto affascinato nelle mie letture, oggi è per me motivo di angoscia, ed è un’angoscia che non genera nulla: insegnamenti utili, racconti, progetti creativi, percorsi di guarigione. Nulla.
Osservo che il tema della morte è divenuto stabile, nella mia esperienza come nella mia scrittura. A scuola, questo si chiamava “poetica”.
Ci si affeziona a due o tre argomenti e si scrive di quelli per tutta la vita. Faccio una lista provvisoria della mia poetica, allora, la mia personale grammatica: malattia, morte, lutto, separazione, perdita. Insieme all’amore e alla conoscenza, compongono ciò che conta dell’intera esperienza umana. Nell’era dell’intelligenza artificiale, possiamo essere più umani di sempre.
Metto insieme tutto – convinzioni, estetica, strumenti e risorse, – per quando avrò le forze, la disciplina, il metodo e il talento che servono a cavarne qualcosa di buono.
Se non lasciamo niente, chi si ricorderà di noi?
[Immagine in copertina: foto di meriç tuna su Unsplash]





Ah, che cosa lasceremo del nostro passaggio è una domanda fuorviante, a mio avviso. Molto meglio è chiedersi cosa ha lasciato dentro di noi questo passaggio. Si può essere ininfluenti verso l’esterno, ma pienamente vivi dentro. Non so. Quando lessi della morte di Simone ero esattamente dove adesso sto scrivendo, era una mattina di lavoro. Ho aperto Facebook per caso ed ho visto che tanti messaggi stavano andando sulla bacheca di Simone. Io Simone non lo vedevo dal 2011, credo fosse autunno, col circolo letterario. Non mi ricordo neanche quale libro fosse all’ordine del giorno, anche se ci sto pensando da un anno. Sono lontano e non sono potuto intervenire al funerale. Da questo triste episodio sono nate alcune domande, perchè la mia anima stava girando da tempo su temi esistenziali…oppure posso tranquillamente chiamarlo un “periodo di crisi”, con certezze non più certe, con punti di riferimento ormai svaniti, in una società dannosa.
Come una formichina sono quindi arrivato sino a questo blog, perchè volevo capire qualcosa di più su quei 14 anni di non frequentazione. Questo blog è diventata una lettura attesa: l’ho messo nella banda dei preferiti ed ogni tanto clicco sopra per vedere se c’è qualche nuovo articolo. Perchè? Per una forma di empatia, credo. Perchè scrivi bene, ovviamente. Perchè la vita non è mai pari, ma è dispari. Mi colpisce la tua schiettezza, la trasparenza: è un insegnamento importante perchè io sono fatto diversamente, mi chiudo, non voglio sentire il mondo esterno, temo il giudizio. Fa parte di una cultura nella quale sono cresciuto. La morte di Simone mi ha insegnato a vivere, così come il tuo blog. Quindi, grazie.
Grazie a te! A te.