Stamattina mi sono svegliata e gli esseri umani non mi piacevano. Nemmeno i gatti mi piacevano, e i cani, e gli uccelli, e forse ogni specie animale. Non mi piaceva la mia casa, non mi piacevano i miei vestiti, né il mio aspetto quando sono uscita di casa per andare a lavoro; non mi piacevano le strade, i semafori e il traffico in centro, gli automobilisti, i ciclisti, i pedoni e le strisce pedonali.
Mentre guidavo avevo voglia di urlare e avvertivo una specie di nausea prossima al vomito. A vent’anni, magari anche a trenta, di questa nausea filosofica avrei potuto vantarmi dimostrando di aver letto Sartre: esistiamo tutti senza una ragione necessaria né significato alcuno. A quarantacinque anni, e col cancro, è soltanto pembrolizumab sparato nel petto ogni tre settimane in dosi da 200 mg. E forse tutto il resto dei farmaci chemioterapici già iniettati.
La mia nausea, credo, è il frutto di tre anni e mezzo di abbondanti terapie oncologiche, e però sì, va a finire che è anche filosofica, se la si considera dal punto di vista delle perdite: perdita dell’appartenza al regno dei sani, perdita di parti del corpo, perdita di vigore, perdita di prospettiva, perdita di un certo tipo di vita (e, nel frattempo e per nulla al margine, pure di un marito). Alla fine, si può dire: perdita di senso.
Da qui questo sentimento della gratuità radicale dell’esistere, e perciò anche del non esistere. E così le cose, tutte le cose, esistono e non esistono in un modo ingiustificato e irriducibile alle parole.
Produrre senso – e quindi anche la scelta e la responsabilità di produrre parole, frasi, testi, – mi appare un’azione lontana dalla mia portata in questo momento. Scrivo perché non posso fare altro.
Faccio esperienza di una rabbia sanguinosa.
Ho sempre provato disagio di fronte alla percezione della mia rabbia. Faccio anzitutto fatica a riconoscerla e poi, dopo che l’ho riconosciuta, ad accettarla. Perciò mi sento male ad ammettere che in questi giorni mi ha procurato grande piacere guardare la serie Netflix Monster: La storia di Lizzie Borden.
Ho sperimentato un piacere anche più violento di quello provato guardando il resto della serie antologica sulle storie di veri assassini di altissimo profilo. La stagione dedicata a Ed Gein, per esempio, mi aveva affascinato sul piano estetico; quella su Jeffrey Dahmer mi aveva colpito per la costruzione narrativa, mentre quella sui fratelli Menendez non mi aveva attratto granché.
Guardando la sanguinosissima storia di Lizzie Borden, invece, ho goduto a ogni esagerato colpo d’ascia.
Stamattina, mentre ero ferma a un semaforo, ho pensato che ciò che separa chi commette un crimine da chi non lo commette è sottile quanto un foglio di carta velina. In quello strato di cellulosa quasi impalpabile e trasparente c’è, eventualmente, tutto quello che serve a fare di un essere umano un criminale psicopatico: biologia e cultura, ambiente e storia, destino e caso. Nulla di più ci separa dall’istinto di impugnare un’ascia e piantarla nel collo di un essere umano o altra bestia.
Stamattina, per esempio, così come in ogni altro giorno della mia esistenza, la mia rabbia è stata contenuta dalla cultura, dall’ambiente in cui sono cresciuta, dalle persone che ho incontrato nella mia vita, – dal mio DNA non lo so, – e questo mi ha impedito di ingegnarmi a procurarmi un’ascia e di usarla per colpire a caso in mezzo alla strada. Il contenimento emotivo imposto dal vivere sociale è necessario e, quando non è più possibile, diventa contenzione, fisica o farmacologica, imposta dai protocolli. Meno male.
Faccio esperienza della rabbia, e dell’angoscia, mentre aspetto l’ennesimo referto, l’indiscutibile istologico che dirà se le misteriose entità comparse stavolta al seno sinistro sono tumori primitivi o metastatici, cioè se sono nuovi oppure dirette propaggini dell’altro, il mio rissoso Archetipo, il Granchio colossale che mi abita dal 2023.
Però poi mi succede sempre una cosa: penso all’acqua.
Dopo la rabbia, finisco tutte le volte col tornare al discorso di David Foster Wallace tenuto nel 2005 davanti agli studenti del Kenyon College e intitolato Questa è l’acqua. Sempre, ci torno sempre. Chi non lo ha letto, faccia lo sforzo di leggerlo e capirà di cosa sto parlando, questo non è mica un blog divulgativo, anzi, lo dirò chiaro, se non lo è ancora: questo non è un blog per tutti. E meno male.
In ogni caso varrà pure la pena notare che Wallace, tre anni dopo aver tenuto quel luminoso discorso sulla consapevolezza come vero e auspicabile esercizio di libertà, s’impiccò. Stamattina mi sono chiesta: forse uno sguardo così lucido sulla vita non si può reggere troppo a lungo? O ammazzi la gente o ti ammazzi tu. Ascia o cappio.
Io sto lì nel mezzo col mio cancro e la mia rabbietta da malaticcia, non ho animo né per asce né per cappi. Vado a lavoro, leggo libri, scrivo qualche frammento, butto sangue, penso all’acqua e, mentre cerco disperatamente di continuare a governare il mio sguardo sul mondo, aspetto.
[Immagine in copertina: foto di Ave Calvar Martinez da Pexels]




