Non so quante volte mi è capitato di benedire il lavoro nel corso dell’ultimo anno. Soprattutto, benedico questo lavoro perché mi contiene: mi “tiene insieme”, raduna elementi pratici e funzionali di me, facendoli convergere verso un movimento fluido di azioni quasi ogni giorno uguali. Queste faccende ordinarie sospendono il mio dolore straordinario, interrompendo per qualche ora al giorno il fitto legame che ho con esso. Ho bisogno di questa vita normale, di questa routine così poco eccezionale, senza pretese d’inventiva. Cosa ci faccio, adesso, con questa benedetta, provvisoria normalità? Come m’organizzo ogni tre mesi, quando vado a fare la TAC di controllo che regola il mio tempo, il modo che ho di abitarlo?
Serie 7, post #1. Per oggi non si muore
Com’era emozionato, il mio Gran Maestro, mentre mi guardava dritto e radioso negli occhi e diceva: «È un risultato eccezionale, Annalisa!». Questo è avvenuto sabato 7 febbraio 2026. Il risultato eccezionale è che è passato un altro anno e io ci sono ancora. Anche Il Granchio c’è ancora, è uno che non se ne va, coabitiamo, ma l’immunoterapia per il momento sta funzionando. «Insomma, per oggi non si muore, giusto?», ho chiesto. «Per oggi non si muore», ha ripetuto il Gran Maestro annuendo. Per oggi non si muore, non ancora, non tra poco, non di cancro. Ho sognato Simone, finalmente. Camminava con le mani nelle tasche di un giubbotto scuro, sui sampietrini che amava, in una piazza forse, o sotto grossi portici, al centro perfetto del punto di fuga di uno spazio architettonico aperto.
Serie 6, post #12. La fine è l’inizio è la fine è l’inizio
Ho sempre fatto fatica con le cose che finiscono. Relazioni, vicende, situazioni, tempi. Sono cresciuta nella scomodità delle soglie, nella malinconia delle fini. Questo è un bel dilemma davvero, visto che la vita, dal momento in cui comincia, è una serie progressiva di perdite e separazioni, di rigenerazioni, di epiloghi e nuovi inizi.
Serie 6, post #11. Elsa e le veterane
Stamattina nella stanza 4 è entrata questa donna più o meno della mia età, occhiali e ricci neri, un uomo al seguito. Si è tolta le scarpe, si è sdraiata, ha dato un’occhiata veloce intorno alla stanza e si è messa a piangere in silenzio, coprendosi gli occhi con le mani. Prima volta. Elsa s’immatricola oggi. Questa è la sua iniziazione. Noi siamo le veterane.
Kintsugi Project. Storie di donne-albero. Simona
È la mattina del 10 luglio 2022 quando Simona avverte un dolore diffuso al seno sinistro, al di sotto del capezzolo. Si palpa, ed è allora che lo sente: anche per lei, come fu per me, la memoria del primo incontro con il suo cancro al seno è tattile. In quell’estate lì, Simona ha 37 anni e una vita tranquilla, un lavoro, un marito, due figli e un cane. La malattia, quando si presenta, viene sempre a scompaginare una storia.
Serie 6, post #10. Ritorno al bunker (di cosa è fatta la gioia?)
Sono tornata nel bunker dell’acceleratore. Era tutto come me lo ricordavo: al centro della grande stanza blindata e semibuia, ho ritrovato il colosso tecnologico dotato di Gantry, marca Varian. Il Gantry è la testata rotante che permette al fascio di radiazioni ionizzanti di colpire il Granchio da più angolazioni girando intorno al paziente sdraiato e mezzo nudo.
Serie 6, post #9. I libri, le parole e la nebbia
Da quando ho cittadinanza nel mondo della malattia, quindi dall’inizio del 2023, ho accumulato un centinaio di libri da leggere, fra quelli che ho acquistato io e i molti che ho ricevuto in regalo soprattutto durante le prime chemioterapie. Ne ho iniziati forse una metà, ne ho finiti credo una quindicina. I libri mi hanno sempre aiutato a sopportare la vita. Adesso quello che mi aiuta meglio a sopportare la vita è dormire. È la nebbia nella testa, ne sono sicura, è la mente che se ne vola nel vuoto, l’incantesimo che non c’è più. Ma non è solo questo, non è soltanto uno degli effetti delle chemioterapie. C’è altro.
Serie 6, post #8. La stanchezza e lo spurgo
Lo chiamo “lo spurgo” e consiste in una lunga e accuratissima sessione di pianto. Perché funzioni nella sua azione di pulizia d’animo e sblocco di ingorghi mentali, dev’essere un pianto libero e incontrollato, esente da censure, con scrosci abbondanti di lacrime e generosi singhiozzi, e bisogna usare almeno due o tre fazzoletti in cui soffiarsi il naso fragorosamente. Se praticato prima di dormire, lo spurgo assicura quello sfinimento dolcissimo che prende un attimo prima di cadere nel sonno.
Serie 6, post #7. All’autunno ci arrivo
Ma poi, anche la vecchiaia per me è una fantasia: mi è sempre più difficile immaginare di farne esperienza. Ho anzi preso l’abitudine di dire frasi come: «L’estate prossima, se ci arrivo, voglio prendere l’ombrellone al Lidian per tutta la stagione», o «Al diciottesimo compleanno di mio nipote, se ci arrivo, …», oppure «Mi sto pagando la pensione, se ci arrivo» (ma credo che questa qui la diciamo in molti, con o senza il cancro). «Se ci arrivo», lo dicono i vecchi, i moribondi, gli sfiduciati e gli esausti. All’autunno ci arrivo. Ho boschi da vedere e un bambino da conoscere.
Serie 6, post #6. Se il meglio è già venuto
Considerare un’ipotesi di futuro vivibile, adesso, in questo momento, è o non è un compito gravoso? Ed eccola qui, la finaccia piagnona, ecco quell’imbarazzante “problema dell’autocommiserazione” che Joan Didion si appuntava pochi giorni dopo la perdita del marito John, e che è anche preludio a quel vittimismo disfunzionale e lamentoso che fa la fortuna di tanta narrazione odierna. È un’insidia costante, una ragionevole tentazione. Ma davvero: come provare anche solo a desiderarlo, il tempo a venire, se ho il sospetto che per me il meglio sia già venuto?










