Il cortisone non si può interrompere, dice l’oncologa che mi sopporta da più di tre anni. Serve a sostenere il pembrolizumab dell’immunoterapia, dice, il mio corpo è stanco di farcela da solo. Capisco, dico. Lo dico, ma in effetti non capisco tutto questo cortisone giornaliero. Peso 68 chili. Il mio peso forma dovrebbe mantenersi sui 55. Tredici chili di cortisone e menopausa. Accetto senza capire, perché anche io sono stanca, stanca in testa.
Lunedì 8 giugno, al quattordicesimo ciclo di pembro, ero snervata. Quando l’ago di Huber ha perforato il port sottocutaneo che ho sul petto, ho emesso un gemito. «Può succedere, ormai lo sai, – ha detto Loredana, – la pelle si è sensibilizzata, è stanca». Ogni cosa in me è stanca. Ma pure Loredana sa bene che non tutte le infermiere hanno la mano di Miss Universo che Severino Cesari sperava sempre di trovare ai prelievi. Loredana ha l’arte, però il port lo affronta con più esitazione. Ha affondato l’ago di Huber calcandolo bene, ho chiuso gli occhi mentre mi sentivo trafitta.
Dev’essere anche perché è ancora giugno.
Sono stata a Jesi quel fine settimana lì.
Era in programma da un bel po’. Per nessuna ragione – dico per nessuna, nemmeno per una terapia, nemmeno per una visita medica, nemmeno per un crollo di globuli bianchi, piastrine, cortisolo, pazienza, – sarei mancata al primo anniversario della morte di Simone. Simone è nato a Jesi, è morto a Jesi, a Jesi ha vissuto quasi tutta la sua vita, a eccezione degli anni passati in Abruzzo con me (per me). Perciò io vado a trovarlo lì, dove la sua storia si è compiuta.
Sono arrivata ad Ancona la sera di venerdì 12. Claudia è venuta a prendermi alla stazione. Quando sto con Claudia so che sono al sicuro. Claudia crede nell’energia universale, nelle pratiche olistiche, nei cristalli e nelle campane tibetane, nei Fiori di Bach e negli oli essenziali autoprodotti, nei pancakes fatti con la farina di carrube e la banana, nello spirito, e al fatto che Simone vive in un’altra forma. Lo dice sempre, che lui a volte è presente mentre parliamo.
Mi calma sapere che esistono persone come Claudia.
Claudia e Simone erano buoni amici da tanti anni, io l’ho conosciuta così. A lei non piacevo all’inizio, nei miei primi anni con lui. «Anzi, – mi ha rivelato l’anno scorso, – mi stavi proprio sul cazzo!». Credo di essere stata sul cazzo a molti amici di Simone, soprattutto quando l’ho portato via da Jesi. Oggi che Simone non esiste più, io ho un legame mio con Jesi che è ancora più forte di quando c’era lui. Di Jesi mi è sempre piaciuto tutto, da subito – le persone, il dialetto, la città, – ora la amo. La amo perché quando ci vado mi sento più vicina a lui, come a un odore che si fa più intenso quando t’avvicini alla fonte.
A casa sua Claudia mi ha fatto una specie di trattamento Reiki che non ha funzionato. La mattina dopo, il 13 giugno, la mattina del primo anniversario della morte di Simone, mi ha portato a fare colazione al bar e poi mi ha accompagnato a fare non so quale pulizia energetica da un’operatrice olistica. L’operatrice olistica mi ha detto che il mio corpo è stanco. Mi ha detto anche che devo essergli grata, per come sta sopportando le cure, i farmaci e «i demoni». Così ha detto, i demoni. Pure nella polpa della mia carne ce li ho io, i demoni.
Al pomeriggio ci ha raggiunto Giovanna. Come Claudia, è un’amica che mi ha lasciato in eredità Simone. Ci siamo provate i vestiti nella stanza del cucito, una cosa che ci piace fare, con Claudia che prende le misure di qui e di là.
Poi i riti.
Siamo andate al cimitero, ho preso i miei soliti girasoli. Sono arrivati mio padre e mia madre, Mio Fratello Fiduciario, mia cognata, il piccoletto. Mio Fratello Fiduciario, era la prima volta che veniva al cimitero dal giorno del funerale, il 16 giugno dell’anno scorso. È sensibile, stressato, ha due figli piccoli e la gastrite. Ci sta, mi sono detta guardandolo mentre scolava lacrime sotto agli occhiali da sole, ci sta che ora stia piangendo davanti alla tomba ben fatta e sistemata di suo cognato, del suo ex cognato, al quale voleva molto bene. Chiacchieravano sempre di programmazione, i due ingegneri informatici della mia vita.
Dopo siamo andati tutti alla messa per lui. Non ho pianto. C’erano tante persone. Mi ero vestita come per una cerimonia, avevo messo per la prima volta un abito recuperato dal guardaroba di una bisnonna, o di una vecchia zia, e rimesso a nuovo. «Non ci posso credere che ha ottant’anni questo vestito, era di tua nonna Peppina!», ha esclamato mia madre emozionata quando mi ha visto. Che poi nonna Peppina non era mia nonna, né bisnonna, né zia: era una nullipara attempata che negli anni Settanta si è occupata di mia madre adolescente. Col vestito di nonna Peppina ero elegante, seriosa e vintage. Mi ero pure truccata un po’. Mi sembrava una cosa dignitosa, andare sofisticata a questa specie di evento, di commemorazione, questo rito che appartiene ai vivi credenti.
L’anniversario.
La sera sono andata al ristorante con Claudia e Giovanna. Una cosa “fra noi ragazze”, come una festa, una celebrazione, come per un anniversario, appunto. Abbiamo bevuto vino rosso e brindato, poi è successo un fatto strano: che ho avuto voglia di mangiare carne, carne rossa, dopo più di tre anni di astinenza e disgusto. Sono sicura che Claudia ha pensato: “Questo è Simone che ti dice de magnà la ciccia”. O forse lo ha anche detto ad alta voce, non me lo ricordo più. Fatto sta che io ho preso l’arrosto alla brace e me lo sono gustato come non accadeva da un tempo imprecisato. Dopo non sono stata male, l’ho digerito a meraviglia. All’oncologa dico che un arrosto alla brace non mi ammazza di certo, semmai gli zuccheri, quelli sì, ci nutro Il Granchio quasi ogni giorno.
La domenica mattina sono andata da sola a trovare mia suocera. La mia ex suocera, Lina. Le ho portato i biscotti del forno e le ho detto che le voglio bene. Non glielo avevo mai detto. La foto natalizia di me e Simone insieme sta sempre nella vetrinetta del soggiorno.
Parco Artemisia Gentileschi (pittrice) e il pollo che si gira da solo.
Dopo la visita a Lina, mi sentivo il petto gonfio e gli occhi umidi, perciò sono andata a passeggiare all’ombra degli alberi nel parchetto vicino, all’Erbarella. È stato lì, finalmente sola, che ho pianto. In quel poco di verde cittadino ci ero già stata in passato con Simone. Ci andavamo a fare due passi nei primi anni, quando ci capitava di stare un po’ di tempo insieme a Jesi. Ci sono tornata per la prima volta da sola. Parco Artemisia Gentileschi, si chiama. L’insegna dice: pittrice, 1593-1653.
Ho camminato avanti e indietro ascoltando il frusciare degli alberi, guardando per aria. Ho cercato le tracce di Simone nei miei ricordi, nei sassi, nelle foglie, nell’erba sotto i piedi. Niente.
A pranzo Claudia ha messo un pollo in padella e lo ha lasciato lì mentre lavorava nella stanza del cucito. «Ma il pollo non bisogna girarlo ogni tanto?», ho chiesto. Mi dava le spalle, seduta alla macchina. «No, si gira da solo», l’ho sentita dire seria, e un momento dopo è scoppiata a ridere. Pure io sono scoppiata a ridere. Era una battuta di quelle che avrebbe fatto Simone: veloce, pronta, inaspettata. Naturalmente Claudia si è convinta che è stato Simone a parlare in lei, e va bene così, beata lei che lo sente. Abbiamo pianto un po’ insieme, sopra le stoffe.
Forse ho pianto un po’ anche in treno, mentre lasciavo Jesi. Non me lo ricordo.
Lunedì 15 giugno ho comprato cinque girasoli freschi per il suo compleanno.
Li ho messi in un vaso al centro del tavolo e ho invitato mio padre e mia madre a cena, una cosa che non faccio mai – sono sempre io ad andare a mangiare da loro.
Ho cucinato il pollo come lo aveva fatto Claudia il giorno prima, ho mangiato un’altra volta carne. Al supermercato avevo comprato un rosso buono che mi piace, la Lacrima di Morro d’Alba, che si fa vicino Jesi. Ho preso la cornice con la foto di Simone, quella che tengo nello studio, e l’ho messa a tavola accanto ai fiori. Ho pure acceso una candela. Poi ho pregato che mio padre e mia madre non commentassero questa mia serie di azioni insensate e rituali. Non lo hanno fatto. Anzi, mio padre è stato al gioco come si fa coi matti, ha sollevato il calice verso Simone e ha detto: «Salute, Simo!».
In quell’istante esatto uno dei due puntali di ferro battuto si è staccato dal bastone della tenda del soggiorno, ed è caduto per terra. Si è staccato così, di colpo, è precipitato dall’alto, è rimbalzato sul tavolo ed è finito sul pavimento, creando un minuscolo segno nel marmo, indelebile. Avrei voluto pensare come Claudia per almeno un minuto, un momento soltanto poter dire: è Simone. Che belli quei film dove succedono scene così, quando i morti fanno visita ai vivi.
Superata la prima metà di giugno, ho iniziato a intravedere una schiarita.
Le cose hanno ripreso a essere quello che sono – le mattine di luce, il caffè all’alba, le faccende domestiche, il gatto, il lavoro, gli amici, una cena, gli impegni, i controlli in ospedale, la vita.
È stato in una di queste mattine, mentre io fumavo la mia sigaretta alla finestra del bagno e il giorno cominciava, che mi è arrivata una specie di intuizione, una percezione chiarissima, sicura e solida insieme all’immagine del fogliame al parchetto di Artemisia Gentileschi: che questo mio lutto, così specifico e denso, non avrà una fine in vita. Il lutto non è una cosa che, a un certo punto, finisce. Ha momenti di sospensione e di cambiamento. In quei momenti benedetti sposto lo sguardo, mi riapproprio delle pulsioni vitali che ci tengono impegnati, e concepisco pensieri liberi dalla sofferenza.
Per il resto, l’assenza di una persona scomparsa è una presenza che diventa compagnia e riempie i vuoti.
Quel che è permanente, stabile, quotidiano, è questo: che farò i conti con l’assenza di Simone per tutto il tempo che mi rimane. Saranno migliaia di giorni?
Me lo chiedo mentre mi gratto la psoriasi sui gomiti. Ce l’ho anche sulle gambe – l’oncologa dice che il pembro può dare reazioni cutanee. Ho la pelle fragile e sottile come quella dei vecchi. Ho anche la consapevolezza di essere, fin qui, scampata alle metastasi. Mi raggiunge spesso il pensiero che senza le cure finora ricevute sarei morta, male e prima di Simone. Che la mia malattia e la sua morte – ognuna da sola già impensata, – si sono unite e intrecciate in questa mia storia in modo inestricabile, e che insieme fanno una materia potentissima e sotterranea che mi scorre nelle vene. Che sto perdendo la voce per narrarla come vorrei, e che la mia lingua è diventata via via un grumo di poche frasi isolate come le cronache del giorno scritte da una scolaretta. Che tutto, ogni cosa, si sfalda e si sfarina.
Ma non importa, voglio fissare nella scrittura il poco che mi si raduna nella mente.
Lunedì 29 giugno ho un altro ciclo di pembrolizumab. L’oncologa scriverà nel diario delle terapie: “Buone condizioni generali, lieve astenia. Esegue 15° ciclo di pembrolizumab in mantenimento”.
Immagine in copertina: una foto scattata con il mio pessimo cellulare.





Ti voglio bene assai 😘