Com’era emozionato, il mio Gran Maestro, mentre mi guardava dritto e radioso negli occhi e diceva: «È un risultato eccezionale, Annalisa!». Questo è avvenuto sabato 7 febbraio 2026.
Il risultato eccezionale è che è passato un altro anno e io ci sono ancora. Anche Il Granchio c’è ancora, è uno che non se ne va, coabitiamo, ma l’immunoterapia per il momento sta funzionando. Il pembrolizumab limita la violenza della malattia, la sua natura di imperatrice irriducibile. Ma allora: quei linfonodi ingrossati all’ascella sinistra visti dalla TAC? E quella lieve infiammazione gastro-intestinale vista dalla PET? Nulla, nulla di sospetto sul piano oncologico, infiammazione, cosette di poco conto.
«Non possiamo abbassare la guardia, non sto dicendo questo, – s’è affrettato subito a chiarire il mio Gran Maestro bellissimo, – ma davvero a oggi abbiamo un risultato insolito, non c’erano evidenze che il pembro potesse risultare efficace nel trattamento del carcinoma mammario metastatico e non avevamo altre opzioni». Ho capito che lui aveva considerato l’ipotesi di non rivedermi. L’ho capito quando di nuovo mi ha guardato dritto e ha detto: «Annalisa, con una recidiva come questa si muore!».
E infatti com’era dispiaciuto un anno fa, a febbraio – sempre a febbraio, da tre anni a questa parte, ricevo solleciti dalla Morte, che poi non mi prende e rimanda, – quando aveva dovuto darmi il risultato della biopsia cutanea che confermava il ritorno, la ricaduta, la straordinaria vitalità del Granchio. Dispiaciuto, sì, ma pure mortificato, offeso nel suo orgoglio di luminare.
Invece oggi che sorriso soddisfatto e compiaciuto, di chi ha vinto una mano di gioco che s’era presentata male. «Abbiamo preso le decisioni giuste», ha detto. Le decisioni giuste le ha prese lui insieme al collega Petrosjan, io ho solo eseguito gli ordini: rifare la chemio, rifare la radio, aggiungere l’immuno, sopportare un altro po’. Loro dicono, io faccio, è così da tre anni.
Per oggi non si muore.
«Insomma, per oggi non si muore, giusto?», ho chiesto. «Per oggi non si muore», ha ripetuto lui annuendo. Per oggi non si muore, non ancora, non tra poco, non di cancro.
Mamma stava seduta sulla sedia e piangeva. Ha detto: «Ė la prima volta che esco contenta da qui». Papà non ha detto niente, era in piedi dietro di me e mi ha posato una mano sulla spalla. Siamo andati in pasticceria e abbiamo mangiato le castagnole e le frappe di Carnevale. Ho preso anche una Sacher da portarmi a casa per il fine settimana, e il vino.
Mi piace sempre sapere le cose come stanno, per questo chiedo in continuazione ai medici: quest’anno si muore o no? Mi devo organizzare, finire di sistemare alcune cose. Io vivo sospesa, nel tempo che passa fra un esame e l’altro, una terapia e l’altra, un referto e una visita di controllo. Le date degli impegni ospedalieri organizzano la mia routine, in mezzo c’è tutto il resto: la vita normale. Essere pazienti oncologici cronicizzati significa questo, provare a vivere negli intervalli.
Però, ecco, quest’anno pare che non si muoia, per ora. Non è forse una notizia fantastica?
Simone, invece, lo sappiamo tutti: è morto.
Nel momento in cui il mio Gran Maestro ha allargato lo sguardo pronunciando questo provvisorio verdetto, che per oggi non si muore, io mi sono sentita spaccata tra euforia e disagio. Mi sono sentita come quando da giovane, all’università, un esame mi andava bene e a una persona cara andava male. Ce l’ha fatta, non ce l’ha fatta – ho sempre avvertito un fastidio sotterraneo di fronte a questa espressione, questo umano imperativo di farcela, onere terribile e insopportabile. Non bisognerebbe stare al mondo per farcela a fare qualcosa.
Quell’imbarazzo del superstite che ho iniziato a provare la scorsa estate si è trasformato ora in uno stabile e ben composto senso di colpa, sommesso, nemmeno più di tanto drammatico. Non si sradica, si porta insieme al resto dei pesi. La grazia dell’intelligenza può lenirlo in qualche giornata migliore di altre, tutto qui.
Simo caro, – gli dico nella mente, – stella mia, io non muoio ancora. Ce la faccio un altro po’. Mi dispiace, mi dispiace per come sono andate le cose.
Mia madre mi ha raccontato di averlo sognato un paio di giorni prima della mia visita con il Gran Maestro. Ha detto di averlo scorto in lontananza di fronte a lei, sereno, «col sorriso quello suo di sempre», che alzava le spalle e allargava le braccia come a dire: è andata così. Ė andata così.
È un enorme sollievo, quando si accetta la vita che è capitata.
Una volta, più di vent’anni fa, il mio fidanzato di allora mi disse una cosa a cui ho spesso ripensato: «La vita – mi disse Emiliano, – un po’ te la fai capitare, un po’ ti capita e basta». È un sollievo enorme, sul serio, mollare la presa su ciò che capita e basta. Cose che posso farmi capitare: quello che mangio, come mi vesto, cosa leggo, il lavoro che faccio, come e con chi passo il mio tempo libero dal lavoro, e quel mobile portavinili che voglio mettere in soggiorno, e poi un grosso tappeto di colore tra salvia e senape. Cose che mi capitano e basta: tutte le altre.
Il pembrolizumab mi tiene in vita, dunque.
Fino a qualche anno fa questo farmaco non c’era. Se in futuro dovesse darmi effetti collaterali tanto severi da richiederne l’interruzione, o se smettesse di funzionare come ora sta funzionando, ecco che allora le cose per me si metterebbero male. Anche questo mi ha detto, il mio sincero e dignitoso Gran Maestro.
Finché il mio corpo tollera il pembrolizumab, io vivo. Ogni tre lunedì vado in reparto a farmi bucare il petto, spalmato di pomata anestetica Emla: mi iniettano il farmaco nel port insieme al Trimeton e alle soluzioni fisiologiche, un paio d’ore d’infusione e torno a casa, mi butto a letto e dormo dieci, quindici ore senza capire niente, né che ora è né se ho fame. Ogni tre lunedì non lavoro, uso il permesso retribuito della legge 104, quello per lavoratori disabili in situazione di gravità. Per il resto dei giorni tra un ciclo e l’altro, va bene.
Anche io ho sognato Simone, finalmente.
Era giovane, giovanissimo, in un’età che gli ho visto addosso soltanto nelle foto di quand’era ragazzo, non ci conoscevamo ancora. Venti, venticinque anni. Lo sguardo buono, mite, la pelle chiarissima e quella camminata scoordinata di chi ha gambe lunghe lunghe da buttare a caso. «Hai la faccia da ragazzino nel giorno della cresima», gli dicevo io nel nostro tempo insieme, quando lo vedevo vestito bene, con i capelli appena tagliati.
Nel sogno, lo scorgevo lontano, davanti a me, prima che lui mi notasse. Camminava con le mani nelle tasche di un giubbotto scuro, sui sampietrini che amava, in una piazza forse, o sotto grossi portici, al centro perfetto del punto di fuga di uno spazio architettonico aperto. Alzava lo sguardo, mi vedeva e l’espressione del viso diventava stupefatta, emozionata, gli s’apriva la bocca. Io mi lanciavo a corrergli incontro, ma nella distanza che ci separava si affollavano via via altre persone, una calca di persone che volevano salutarlo, toccarlo, parlarci.
Mi sono svegliata senza riuscire ad abbracciarlo.
[Immagine in copertina: Concrete Arches Creating a Vanishing Point Perspective by Tiero, from Canva Pro. Facendo una ricerca ho scoperto che Per oggi non si muore è il titolo di una canzone di Gianna Nannini. Quanto sono diventata pop]





Mi bevo un bicchiere alla tua ♥️
Grazie, cin!
Cara Tiziana, allora ce lo beviamo in due! ♥️
Allora in tre! Cin
Ciao Annalisa, nonostante la non conoscenza personale ho atteso questo post con ansia. Mi fa piacere leggere quello che scrivi, sempre in una forma impeccabile, intensa ma reale. Credo sia un regalo di Simone, che pur avendo io conosciuto per un tempo limitato, mi ha portato quasi per caso a seguire questo blog. Si può, nella vita, credere o non credere. Di certo, per caso avvengono poche cose
Ciao Melon Stone, è sempre bello trovarti qui con costanza e interesse, grazie.
Simone ha creato molte connessioni nella sua vita.
[…] È vero, la TAC dello scorso 23 marzo dice le stesse cose della precedente: che per oggi non si muore. […]