Maggio: all’improvviso il sole, e il cortisone mi ammazza. Cortone Acetato 25 mg, una compressa e mezza al giorno tutti i giorni che fioccano sulla terra fino alla fine dell’immunoterapia. L’immunoterapia mia finisce solo quando finisco pure io.
Dopo la sospensione del pembrolizumab il cortisolo è risalito e così ecco qui, lo scorso 20 aprile, fatti i buchi e i controlli e le pisciate di routine, l’oncologa ha scritto nel registro delle terapie: «esegue 11° pembro in mantenimento». Eseguo undicesimo pembro in mantenimento. Continuiamo il cortisone, ha detto, non possiamo toglierlo. Sono 37,5 mg al giorno di corticosteroide sistemico, e io mangio e non dormo, non dormo e mangio, faccio molte cose, mi tremano le mani e parlo a una velocità che percepisco superiore alla mia naturale.
A lavoro, davanti al computer, mordo tavolette intere di Ritter Sport alla gianduia, le addento come fossero panini e non smetto finché non ho ingoiato l’ultimo quadrato. Ho una dipendenza dalla gianduia. Il tutto dura un paio di minuti, dopo i quali mi dedico ai Milka Choco Wafer oppure alle tortine Loacker, dipende da quello che trovo al supermercato vicino. Assumere zuccheri – circola voce, – equivale a nutrire il cancro, soprattutto quello al seno, e dunque io sono un’assurda contraddizione fra due forze opposte, pulsione di vita contro pulsione di morte, una misera idiota che ogni tre settimane va a farsi bucare il petto per restare in vita mentre nel resto del tempo si suicida con il glucosio.
Però mi dico: “coraggio, anche oggi mi ammazzo domani”.
Dunque mangio cioccolato industriale, bevo vino e fumo Lucky Stricke Amber – non facilmente reperibili, queste ultime, nelle tabaccherie di zona, dove si trovano ormai quasi solo Lucky Strike rosse.
Questi viziacci, uniti ai farmaci chemioterapici e immuno degli ultimi tre anni, senza tenere conto delle radiazioni ionizzanti ripetute nel tempo, mi rendono un ammasso di catrame e metalli pesanti rivestiti di pelle bruciata, e tuttavia sto bene e vivo. Io vivo.
Ho perfino ricominciato a concepire progetti, di quelli che la gente chiama “a lungo termine”, o “medio termine”, per esempio un progetto di studio nel tempo libero dal lavoro. Ho voglia di studiare per dare esami all’università, come avessi vent’anni. Vediamo.
Poi ho voglia di fare quel viaggio a Parigi, crostate di crema e fragole, biscotti alla lavanda, un gruppo di lettura, e sempre il corso di inglese e quello di pilates.
Sono troppo cattiva per morire giovane.
Malerba, per nulla cara agli dei, dev’essere per questo motivo che io sono ancora qui a godermi il sole di maggio e il primo pesce arrosto al mare.
Lo sguardo di Simone mi segue dappertutto. Ho cominciato a portarmi la cornice con la sua foto in giro per casa: sul tavolino in balcone mentre guardo il cielo verso est, sul pavimento in soggiorno vicino a me mentre mi viene in mente di farmi una birra e riguardarmi il filmino del nostro matrimonio – ma come cazzo mi viene in mente, di riguardarmi il filmino del nostro matrimonio? Ci ho pensato, e alla fine ho capito perché: avevo bisogno di vederlo muoversi, sentirlo parlare. Si può fare solo guardando un video. Doveva essere ancora più insopportabile, il lutto nell’era pre-filmica. Vi prego, chiedo agli amici, mandatemi qualche vecchio video di Simone. Colleziono ritrovamenti in mp4.
Così queste forze mi si combattono dentro, fra petto, mente e stomaco: da una parte l’istinto innato di “andare avanti” e rinascere tutte le volte, creare, coltivare, ingentilire. Dall’altra quello violento e demoniaco di compiere atti anticonservativi. Starci, non starci, starci bene, starci e basta.
Faccio tutto quello che c’è da fare: badare alla casa, pulire la lettiera del gatto, lavorare, pagare le tasse, ridere, piangere, avere relazioni, fare sesso, vedere gli amici, pranzare fuori, andare a teatro, alle cene di classe, leggere libri, studiare, dare l’acqua alle piante, tribolare, imparare cose, dimenticarne altre, invocare la morte, aggrapparmi alla vita, invecchiare. Non mi lamento con nessuno, ascolto le lamentele di tutti, faccio coraggio a chi non ne ha, accudisco i fragili e sgomino gli stronzi. Rimango salda, tignosa.
I buoni e i cattivi
Tempo fa mi è capitato di parlare di Simone con il vecchio vicino di casa, quello di via Colombo, interno di fronte al nostro. «Io Simone me lo ricordo quando ci incontravamo la sera ai bidoni della spazzatura, – mi ha detto commuovendosi, – ci fermavamo a parlare. Poi quando risalivo in casa lo raccontavo sempre a mia moglie e le dicevo: Marì, quello lì è un buono».
Invece, l’altro giorno stavo con mio nipote Gioele. Ha quattro anni e mezzo, adesso, e una resistente ossessione per i supereroi. Gli piace mettere in scena sanguinosi combattimenti fra i buoni e i cattivi. Mi spaventa, questa fasulla narrazione che si fa all’infanzia, con cui cresciamo un po’ tutti finché le cose non si complicano e diventano meno chiare. Mi è venuto spontaneo mettere in dubbio subito questa convinzione. «Ma io non ho capito, – gli ho detto, – chi sono i buoni? Cosa fanno?».
«I buoni sono quelli che combattono contro i cattivi», mi ha risposto con sicurezza mentre Spiderman faceva a pezzi non so quale malvagio personaggio. «Ah, – ho detto, – e chi sono i cattivi?». Mi ha guardato come se fossi scema e mi ha risposto un po’ scocciato: «Zia, sono quelli che combattono contro i buoni».
[Fonte immagine in copertina: foto di Craig McLachlan su Unsplash]





La questione del ricominciare a studiare deve essere un risveglio dopo aver superato la boa dei 40. Sta accadendo anche a me. Pare (pare) che sia un buon segno, una fase di vitalità che dimostra una rinascita.