La radioterapia è finita, anche questa volta. Il 27 ottobre ho fatto l’ultimo dei quindici cicli sulla parete toracica, di tutti resta il ricordo sulla pelle tra il seno e l’ascella, il suo colore, la sua consistenza. La protesi, leggermente dislocata, risulta più dura e increspata al tatto, come un tetrapak accartocciato; il capezzolo è divenuto scuro.

Osservo allo specchio il resto del mio petto: sul lato esterno della mammella destra, la gloriosa cicatrice. Sul lato sinistro del busto, appena al di sotto della clavicola, il taglio praticato per impiantare il port sottocutaneo – ne studio e tasto il curioso rilievo a bottone, pulsante, tondino, moneta. Da lì, si vede il tubicino del catetere salire verso la base del collo. Sullo sterno, due puntini neri tatuati dai radioterapisti – ne ho anche uno sotto l’ascella destra e uno sotto l’ascella sinistra, più nascosti: quelli risalgono alla radioterapia di due anni fa.

Osservo. Che teatro, che scenografia, quali narrazioni visive. Il mio corpo racconta la mia storia nel suo dispiegarsi. Dice bene Vittorio Lingiardi: tutti i corpi sono testi.

Lunedì 10 novembre 2025. Pembrolizumab

Sto sempre in penuria di globuli bianchi, ma la cura prosegue senza interruzioni.

È il dodicesimo ciclo di immunoterapia, il quarto dall’inizio delle cure di mantenimento: da settembre mi viene iniettato soltanto il pembrolizumab insieme all’antistaminico, senza la micidiale miscela chemioterapica a base di carboplatino e gemcitabina. Ne è conseguito un sensibile miglioramento della qualità della vita quotidiana: me la cavo con la solita grossa fiacca e – il dettaglio nuovo che rende peculiari i risvegli – l’intorpidimento della mano destra peggiorato durante la radioterapia. Questa parestesia, cominciata durante le ultime chemio, mi dà pensiero e mi rattrappisce pure l’animo. Il formicolio lungo tutte le dita della mano fino al polso, l’insensibilità dei polpastrelli, la poca forza nella stretta del pugno mi mettono paura del futuro. Questa mano, per pietà, mi serve intera e sana.

Oggi sono nella stanza 4 e, come sempre, ho scelto il letto vicino alla finestra.

Ho notato, percorrendo la corsia, che da qualche tempo non vedo più alcune facce che mi erano diventate familiari. Queste persone hanno finito le terapie o sono morte? Sono due esiti parimenti plausibili, soprattutto in questo reparto, e io m’interrogo al riguardo con una spontaneità candida che posso permettermi solo con me stessa e pochissime creature amiche. Mi rendo conto di essermi avvicinata, col tempo, a uno stato di imperturbabilità di fronte al tema umano della morte, perlomeno quando sto nel regno dei malati, di cui possiedo il passaporto.

Solo di fronte alla morte di Simone – che non è un tema, è un fatto ed è irreversibile, – continuo a restare senza fiato, senza risorse. Ma questa è un’altra storia, ed è una storia veramente terribile, un male da cui no, io credo, non guarisco. Forse si cronicizza, come il mio tumore. Il lutto, questo mio specifico lutto, ha un tempo lungo e profondo. Però io oggi non voglio scrivere di Simone e della sua morte, mi sono data un compito: devo impegnarmi a scrivere di Elsa.

Elsa

Stamattina nella stanza 4 è entrata questa donna più o meno della mia età, occhiali e ricci neri, un uomo al seguito. Mi ha colpito subito lo sguardo di lei, spaventato e circospetto, il modo dimesso in cui ha salutato me e le altre due pazienti presenti, per buona educazione ma senza voglia né cenno di sorriso. Lui mesto, gli occhi bassi a frugare il pavimento, una grossa borsa a tracolla. Avevano entrambi la fede all’anulare. Ne ho viste tante, di donne accompagnate qui dai mariti. Lei ha preso il letto accanto al mio, d’altra parte l’unico rimasto ancora libero. Si è tolta le scarpe, si è sdraiata, ha dato un’occhiata veloce intorno alla stanza e si è messa a piangere in silenzio, coprendosi gli occhi con le mani.

Prima volta. Elsa s’immatricola oggi. Questa è la sua iniziazione.

Qua siamo state tutte Elsa

L’arrivo di Elsa mi ha fatto ripensare alla mia prima volta. 17 aprile 2023. Io facevo molte domande a chiunque, medici, infermiere, pazienti, chissà che non abbia chiesto qualcosa anche a chi puliva i bagni. Ero famelica di racconti, volevo soprattutto conoscere le storie di chi aveva più esperienza, durante i trattamenti conversavo volentieri con le compagne di stanza. Oggi, due anni e mezzo dopo, di solito prendo posto, sistemo le mie cose, poso sul comodino un libro che non leggerò, mi infilo gli auricolari e mi giro verso la finestra senza rivolgere la parola a nessuno. Mi addormento spesso. Non partecipo alle conversazioni tra i letti. Sono diventata una vecchia scorbutica e non me ne dispiaccio.

Ho visto altre pazienti alla loro prima chemio in questi due anni e mezzo qui, in questo ospedale. Mi ricordo il silenzio di Trinity, lo sguardo fisso davanti a sé e il suo casco refrigerante per contrastare la caduta dei capelli (le sono caduti lo stesso).

Elsa però mi ha colpito perché aveva gli occhi neri spalancati dalla paura e piangeva. Dev’essere per questo che mi è venuto istintivo rivolgerle la parola per dirle soltanto, a bassa voce: «Prima volta?». Lei ha annuito. Allora mi sono alzata e ho fatto i tre passi che mi separavano dal suo letto, le ho preso una mano tra le mie e gliel’ho stretta forte. Poi mi sono ritrovata a dire una cosa che mi sono sentita dire tante volte anch’io dalle altre, all’inizio, e che mai avrei pensato di dire: «Si fa, dai, si fa».

Ecco. Sono diventata una veterana?

Mi sforzo di trovare una parola alternativa ed evitare così il ricorso a quel linguaggio militare applicato alla “lotta contro una grave malattia”, a “guerriere” e “combattenti”, tutto quell’epico lessico della belligeranza caro ai media che ho già deprecato in questo blog e su un giornale regionale con cui collaboro. Però non mi viene in mente niente, niente.

La parola “veterano” si usa, in generale, in riferimento a una persona che abbia maturato un bel po’ di esperienza in qualcosa, ma “esperta” non mi convince, “anziana” ancora meno. “Veterana”, l’ho già usata tante volte menzionando la mia amica Mara, «veterana di chemioterapie». Così la userò ancora.

Le veterane

Mentre consolavo Elsa, è arrivata Marketa con i vassoi delle nostre terapie; sembrava una cameriera con i vassoi della colazione. Le infermiere di oncologia hanno tutte la capacità di rilevare a colpo d’occhio le emozioni presenti in una stanza e fare subito qualcosa per stemperarle. Marketa, con il suo accento bellissimo e quella vocetta da adorabile pettegola al mercato, si è messa a fare conversazione allegra con Elsa e suo marito – così ho scoperto che lavorano insieme e che hanno tre figli di venti, sedici e nove anni, – e nel frattempo le cercava la vena e le faceva i complimenti perché «non sono mica vene queste, no, sono autostrade!».

Dunque, ho ragionato, Elsa non ha né port sul petto né PICC al braccio: deve aver cominciato la cura in fretta e furia, agli impiantini ci si pensa più avanti. Elsa non ha avuto il tempo di capire cosa le sta succedendo, ieri metteva la cena in tavola e oggi sta qua. È ancora completamente assordata dalla detonazione che ha squarciato la linea temporale della sua vita, creando la spaventosa frattura tra un Prima e un Dopo.

Parlando dei figli e scherzando insieme al marito coinvolto nella chiacchiera, Elsa si è ammorbidita nello sguardo. Solo a quel punto Marketa le ha fatto la spiegazione di rito sulle possibili sensazioni durante la prima infusione, e il campanello da suonare in caso di questo e quest’altro, e i farmaci da tenere pronti in casa per gli eventuali effetti collaterali.

Poi Marketa ha concluso con tono di rispetto: «E comunque, per qualsiasi cosa chiedi alle veterane qua, ché queste ti sanno dire meglio di me» e con la testa ha indicato me e le altre.

Ecco. Le veterane

In certe culture matriarcali le donne più anziane, le veterane, hanno un ruolo autorevole nella comunità: guidano la famiglia di generazione in generazione, assistono i più piccoli, hanno potere decisionale nella trasmissione della proprietà, amministrano le terre ancestrali.

Noi pazienti oncologiche consumate – cioè consunte, – accogliamo le novizie, le giovani sorelle, le principianti della malattia e della pompa a infusione. Diventiamo tutte donne-albero.

Mi è capitato di chiedermi in cosa sono veterana, adesso che non arrivo nemmeno a quarantacinque anni. Ho iniziato a compilare una lista, in ordine di maggiore esperienza. Comincia così: 1) il cancro, le cure e le ricadute; 2) il disturbo depressivo e l’uso degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina; 3) le relazioni di coppia fallimentari; 4) la psicoterapia; 5) … .

Per tutte le altre innumerevoli cose della vita resto l’apprendista che sono. Io sono Elsa ogni mattina quando mi sveglio.

[La bellissima immagine scelta per la copertina è una foto di © A.Pappone per un articolo di kanaga-at.com in cui si parla di cerimonie e riti di iniziazione del popolo Krobo, nel Ghana. La foto risulta protetta dal copyright e io non sono riuscita a contattare l'autore; se qualcuno mi aiuta a rintracciarlo gliene sarò grata.
Elsa è naturalmente un nome fittizio, come anche Trinity. Non lo è invece quello di Marketa, che saluto con affetto e riconoscenza]