Ho un tumore nuovo.

È spuntato durante l’estate, a sinistra, per fare il paio con l’altro, perché due sono le mammelle. I corpi sono testi, scrive Vittorio Lingiardi nel suo Corpo, umano. Rileggerò quelle pagine che già in passato mi avevano ispirato. Il mio testo continua a essere scritto, tracciato, segnato; questo corpo che mi porto dietro produce storie lunghissime.

Però, un momento, c’era stata la recidiva cutanea con metastasi linfonodali e locoregionali, per cui questo qui di adesso non è detto che sia proprio nuovo. Quindi è il terzo o è il secondo, come si contano i tumori? È metastatico o primitivo? Oppure né l’uno né l’altro, è soltanto uno scherzo bonario di forma nodulare ipoecogena a margini irregolari meritevole di approfondimento diagnostico microistologico? “Meritevole”, nei referti medici, è una parola che mi ha sempre fatto sorridere. Mi merito un’altra biopsia, un altro buco.

Di nuovo la scienza interrogherà il dato istologico come l’antico aruspice esaminava le viscere degli animali sacrificati. Io, più àugure, leggerò il volo degli uccelli e i fenomeni celesti.

Ma com’è possibile, si chiedono intanto gli amici, i parenti, com’è possibile? Essù però, dai, che cazzo, a giugno la PET era pulita! A giugno la PET era pulita e adesso no. È possibile.

Rivedrò il mio Gran Maestro.

Gli ho scritto un’email qualche giorno fa, allegando la raffica dei nuovi referti raccolti durante la stagione, fra una terapia e una giornata al mare (PET, TAC, risonanza, ecografia, marcatori tumorali). «Caro Gran Maestro, – gli ho scritto, – Come sta? Le invio in allegato una sorpresa. La scarti con cura e attenzione». Lo ha fatto. Ha ordinato una biopsia subito da lui a Milano, e poi vediamo (e poi vediamo, e poi vediamo, e poi vediamo). Sono contenta di riabbracciare il mio bel Gran Maestro, peccato ci voglia sempre la seccatura di un cancro al seno per ottenere un appuntamento facile con lui.

Partiremo di nuovo tutti: io, mio padre, mia madre, mio Fratello Fiduciario. A loro piace così. Famiglia abruzzese si rimette in viaggio in macchina per raggiungere il luminare su al nord. Panini con la frittata e soste in Autogrill, dove io cercherò la Cinnamon Twist. La fanno ancora? È una treccia alla cannella, – tanta, tantissima cannella, – di soddisfacenti dimensioni, soffice, molto dolce e molto speziata, con un profumo di Natale; tutta una cosa attorcigliata e cremosa di lieviti e zuccheri che, sì, mi fanno male, ma non più di quanto me ne hanno fatto il cancro (i cancri), le chemioterapie, le radioterapie, l’immunoterapia, e tutta questa storia di poderosa merda iniziata nel 2023.

Ho bisogno di parlare con Simone e non si può.

Allora ho pensato che magari gli scrivo, perché le parole scritte fanno cose imprevedibili. Gli scrivo alla maniera mia, che lui conosce. Scrivo, sto già scrivendo, un Diario per Simone e m’impegno a finirlo prima che le metastasi finiscano di fare quello che di solito fanno le metastasi.

Poi, se riesco a chiuderlo e stare ancora seduta alla scrivania, stavolta cercherò una vicenda editoriale, sì, un innamoramento reciproco. Cercherò un editore disposto a credere al lavoro di una che – detratto il gravame di una sola e polverosa pubblicazione accademica (che è scrittura diversa, dove perlopiù si sdottoreggia), – da vent’anni è solita affidare i suoi microbici scritti soltanto alla democraticità e all’immediatezza dei blog e delle rivistucce online. Mi rivolgerò a un editorino abbastanza coraggioso da investire denaro, tempo e fiducia in un libro scritto in seconda persona da un’esordiente che parla di lutto e ha il cancro. Per un editore sono in tutto quattro rischi da assumersi, non per forza nell’ordine in cui li ho detti. Di sicuro ce ne sono anche altri che ora non mi vengono in mente.

Per me è un’impresa molto difficile. Certo che penso anche al problema della capacità, se ne ho, non ne ho. Ci ho pensato, anzi, e ho concluso che questa rognosa questione la lascio decidere a qualcun altro. A me non importa. Penso più pragmaticamente al mio problema del tempo, di cui – questo pare evidente, – dispongo in maniera incerta e tribolata più di altri. Questo sì che mi fa paura (e anche morire male mi fa paura, e anche la spossatezza della malattia mi fa paura, e quella nebbia mentale che a volte mi prende e si posa sulle parole). Me ne frego del talento, me ne frego del riconoscimento. Non posso che scrivere.

Questo tempo lo voglio passare in mezzo ai libri. Mi va così.

Ho fatto una delle mie ricerche, quelle superflue che mi piacciono tanto, e ho raccolto una sorprendente bibliografia italiana e internazionale sulla narrativa del lutto. Narrativa, dico, mica saggistica (da Freud in poi, di lutto e melanconia non se ne può più): romanzi, memoir, diari, lettere, frammenti in prosa. Scritture vive e letterarie che parlano di morti, o a morti.

Soprattutto di memoir luttuosi, le librerie sono piene. Adesso lo è anche casa mia: ne ho un cesto dedicato, vicino alla foto di Simone in soggiorno. È un bel cesto, fatto di fieno marino intrecciato, e devo stare attenta che Martino non lo rovini con quelle zampe sempre alla ricerca di qualcosa da grattare.

Ho passato l’estate a leggere i libri scritti da noi alluttati, tutti cantori del “mai più”.

Alcuni sono molto belli. Il più recente che conosco è Storie di fantasmi di Siri Hustvedt, vedova di Paul Auster (traduzione di Gioia Guerzoni e Cristiana Mennella, Einaudi 2026). La traduzione italiana è nelle librerie, e nel mio cestino, dal 1° settembre. Dal mio cestino, prima di Hustvedt ho letto e ordinato per cognome: Barnes, Bianchi, Caminiti, Dentello, Giraud, Lewis, Loewenthal, Long, Philipe, Scomazzon, Voltolini. Didion, certo, l’avevo già letta l’anno scorso. Adesso sto leggendo Il ramo spezzato di Karen Green, vedova Foster Wallace (traduzione di Martina Testa, Baldini e Castoldi 2018, edizione limitata e numerata) . Alcuni non sono ancora riuscita a trovarli nemmeno nell’usato (Barthes, Oates), altri li sto aspettando a casa (Carson, Romano).

Nemmeno per le tesi di laurea, da giovane, mi sono dedicata tanto a raccogliere titoli.

Tutti i lutti si somigliano nella loro meccanica universale: si perde qualcuno, si soffrono pene indicibili e poi si prova a salvarsi, tutto qua. Eppure ogni lutto, quando viene scritto, diventa specifico e significa una cosa nuova. È la scrittura a trasformare in particolare e singolare un’esperienza che è comune e collettiva. Questa cosa me la insegna la malattia, che è un’altra esperienza umana dalle potenzialità straordinariamente narrative.

Dunque io, mentre il mio corpo continua ad ammalare verso l’autoeliminazione, sto facendo questo: scrivo un libro per Simone, a Simone, su Simone, che è morto.

Malattia e lutto, lutto e malattia, e letture su questo, e scritture su questo. «Si potrebbe dire che da qualche tempo sembra proprio che tu stia corteggiando la morte», mi ha detto lo psicologo oncologico in una delle nostre ultime sedute gratuite messe a disposizione dal reparto. L’espressione romantico-decadente “corteggiare la morte” mi ha fatto sorridere, io però non ho questo interesse, né la propensione. A prima vista, forse, sì, il mio può sembrare un progetto veramente mortifero. Invece no. Come fa un atto creativo ed estetico quanto la scrittura, a essere mortifero? Non può.

Uso così il mio tempo residuo. Letture e scritture libere a casa, lavoro dipendente in ufficio, terapie permanenti in ospedale, la manutenzione degli affetti, e la pulizia della lettiera di Martino tutti i giorni. Impegno quotidiano, questo mi serve. Voglio schiattare, perdio, con un file word aperto, o con una penna in mano, quello che capita secondo la giornata. Un bicchierino di ratafìa vicino, se possibile, o di Meletti. Di Meletti, ho detto, non sambuca.

Ho pensato che forse Simone non vuole che io vada avanti nello scrivere questo libro dedicato a lui, ed è per questo, magari, che adesso mi è venuto un altro tumore. Lo sfido allora: venisse a impedirmelo. Con quelle gambe lunghe e secche da ragno ballerino, corresse a fermarmi.

[In copertina: Edvard Munch, The Kiss of Death, litografia su carta, 1899. © Fonte immagine: National Gallery of Canada]