Il Grande Dizionario della Lingua Italiana offre dieci definizioni della parola “stanchezza”. La metà di queste mi riguarda:

Stanchezza: condizione o sensazione di affaticamento, del venire meno delle forze, di indebolimento della capacità di resistenza fisica, perlopiù dovuta a un viaggio, a uno strapazzo, a uno sforzo, a una grande fatica, a un lavoro estenuante, a un rapporto sessuale prolungato, a una malattia, all’età avanzata; spossatezza, fiacchezza […]. 2. Affaticamento mentale dovuto a una prolungata attività intellettuale […]. Perdita di vigore, di capacità creativa, di fantasia, di inventiva in un artista o in una cultura […]. 3. Figur. Malessere spirituale, turbamento interiore, struggimento; scoraggiamento, perdita delle motivazioni per continuare in determinati atteggiamenti o convinzioni o della fiducia; rassegnazione […]. Spossatezza che deriva da un’intensa emozione […]. 4. Insofferenza o insoddisfazione nel tollerare situazioni spiacevoli o troppo prolungate, nel continuare un’attività faticosa o fastidiosa, nel perseverare in atteggiamenti che costano tensione interiore […]. 5. Fase di attenuazione della luce o delle tenebre.

GDLI, vol. XX, pag. 69

Il Granchio che mi porto dentro

Il referto dell’ultima TAC dice che la recidiva di carcinoma al seno è ancora lì nonostante le chemioterapie, otto stancanti cicli di carboplatino e gemcitabina. Se ne suppone, tuttavia, una scarsa attività metabolica – a confermarla dovrebbe essere una PET, non una supposizione. In quanto alla cute, ai vasi linfatici: nessun esame, pare, può dire se in questo momento Il Granchio sia vivo e dove sia rintanato, per questo si continua con l’immunoterapia e i santi controlli perpetui.

Presto incontrerò finalmente i radioterapisti che si occupano di valutare la fattibilità della radioterapia suggerita da Petrojsan: più estesa, più rischiosa, più brutale di quella già fatta. Poi rivedrò anche Boleslavs’kyj: lui, l’incantevole, il venerabile, il mio Gran Maestro prediletto, l’ho visto l’ultima volta il 13 giugno, mentre Simone moriva in ospedale. Glielo dirò, quando lo rivedrò, mi confiderò, glielo mormorerò: «Gran Maestro, quel giorno ho perso tutto quel che rimaneva, quante altre terapie salvavita tocca fare?».

La buona notizia

Ma «la buona notizia, Annalisa, possibile che tu sia non sia in grado di vedere la buona notizia?». La buona notizia, per chi mi sta intorno e apprende i risultati dell’ultima TAC, è che finora nessun altro organo è stato raggiunto – seno sinistro, cervello, polmoni, fegato, pancreas, reni, utero, ovaia, tutto, tutto è intatto e sano, e dunque io per ora non muoio.

Ed è vero: non sono in grado di vederla, la buona notizia. Perché io vivo col fiato mozzo, pencolante su un dirupo. Finché i miei accessi ospedalieri, fra esami e terapie incessanti, continueranno a essere all’incirca cinque o sei al mese, finché la stanchezza mi attanaglia, finché la parola “metastasi” seguiterà a comparire nelle carte che mi riguardano, come faccio a riconoscere una buona notizia nella sola assenza di notizie peggiori di quelle attuali?

Una buona notizia non è: “Poteva andare peggio”. Sta per nascere il mio secondo nipote, questa è una buona notizia. Eccone un’altra: questa lunga terribile estate è finita. Una buona notizia sarebbe, per esempio, se un editore volesse pubblicare uno dei miei scritti e se questo accadesse mentre io sono ancora in vita.

Quindi, una buona notizia non è: “Hai sempre il cancro e devi fare terapie e controlli continui, però gli altri organi sono ancora intatti”. Chiaro?

Il posto che frequento più spesso, fuori dal lavoro, è l’ospedale

Venerdì 12 settembre 2025. Elettromiografia al mattino e visita ginecologica al pomeriggio.

La prima dice che i miei nervi funzionano bene, perciò il complesso dei miei recenti sintomi – formicolio alle mani, insensibilità alle dita, assenza di forza muscolare, – potrebbe essere un effetto residuo dell’ultima abbuffata di carboplatino, vediamo. Per giungere a questa temporanea conclusione, ci sono volute piccole scosse elettriche.

La seconda dice che ho «un ovaio ribelle». Lo stato di menopausa rapidamente causato e imposto dalle chemioterapie è mal tollerato da questa minuta, vivace gonade stizzita, mentre l’altra si è atrofizzata e riposa in pace ormai dai tempi del primo cancro, due anni e mezzo fa. Così, a furia di smaniare e tentare di farmi tornare una pur misera mestruazione, l’ovaio ribelle ha generato una minuscola cisti benigna, quasi del tutto acquosa, ciò che la TAC descriveva più minacciosamente come “focalità ipodense a struttura disomogenea”. Solo un’altra questione aperta, da tenere d’occhio nel tempo.

Il mio corpo, mentre un giorno alla volta si sforma e si sfascia e s’infiacchisce, insiste a volere la vita. Io sono viva.

Simone

Sabato 13 settembre 2025. Sono passati tre mesi esatti dalla sua morte.

Sono tornata al cimitero, e dunque a Jesi, la sua città. Anche stavolta ho portato il mio girasole cretino, ma questa volta, in questa mia seconda visita accucciata davanti alla sua lapide, non ho pianto. Non ho pianto, nonostante pensassi alla decomposizione del corpo di Simone, steso lì dietro quella lastra di cemento. La decomposizione di un cadavere in una bara tumulata è molto più lenta rispetto a quella di un corpo in una bara inumata. Come sarà il suo viso adesso?

Invece ho pianto dopo, quando sono passata a trovare la mia ex suocera, i miei ex cognati, le mie ex nipoti, i miei ex gatti Icaro e Teti. Ci si vuole bene ancora, malgrado i fatti. Ho pianto perché, entrando nel soggiorno dove per anni sono entrata con Simone a fare pranzi e cene durante le nostre visite, ho visto subito che la nostra foto è rimasta dove la ricordavo, dietro la vetrina della credenza: una vecchia foto, del 2016 o 2017, che avevamo stampato in più copie per un Natale e usato per decorare i regali per familiari e amici – ogni pacchetto era incartato con cura da me e sopra ognuno avevamo attaccato questa foto che ci ritrae seduti al tavolo di un locale a Jesi, credo il Jack Rabbit, mentre facciamo tutti e due un’espressione buffa, allegra. Sulla foto c’è scritto “Buon Natale da Annalisa e Simone”.

Ho pianto anche perché Teti non mi ha riconosciuto – d’altro canto, non mi vedeva da maggio dell’anno scorso, quasi un anno e mezzo. Icaro invece sì, si è ricordato di me e si è fatto accarezzare. È sempre stato un gatto meno problematico, Icaro. Teti no, era un gatto nato a disagio, come me.

Lo spurgo

Domenica 14 settembre 2025

Lo chiamo “lo spurgo” e consiste in una lunga e accuratissima sessione di pianto. Perché funzioni nella sua azione di pulizia d’animo e sblocco di ingorghi mentali, dev’essere un pianto libero e incontrollato, esente da censure, con scrosci abbondanti di lacrime e generosi singhiozzi, e bisogna usare almeno due o tre fazzoletti in cui soffiarsi il naso fragorosamente.

Lo spurgo della settimana l’ho fatto verso sera, alla fine della domenica passata a giocare con mio nipote Gioele. Io di solito lo faccio sdraiata a letto, oppure in piedi in bagno, davanti alla finestra aperta, mentre fumo un paio di sigarette (oh sì, ecco: sono una paziente oncologica in recidiva, con un piede nella fossa, e fumo, fumo tantissimo. Fate silenzio).

Questa volta gli ho parlato ad alta voce, a Simone, ignorando la scomodità di sentirmi idiota a farlo. Non ho ancora cominciato a parlare da sola in pubblico: resto quieta nella mia innocua nevrosi, docile, saldamente in contatto con la realtà (e quanto sarebbe riposante, invece, distaccarmene). Ma sono a casa mia e faccio quello che mi pare. Dunque gli ho parlato ad alta voce, con lentezza e lucidità. Gli ho parlato e ho pianto con la testa abbandonata sul cuscino, finché non ho avvertito una pace provvisoria.

Se praticato prima di dormire, lo spurgo assicura quello sfinimento naturale e dolcissimo che prende un attimo prima di cadere nel sonno.

È per questo – forse, non lo so, – che poi riesco a lavorare, a riprendere il corso di pilates, a proseguire il corso di inglese, a pensare alle gite nei boschi che voglio fare in autunno, a scrivere qui (pur con minore smalto, mi pare, con minore padronanza, da quando Simone non esiste più), e perfino ad aiutare persone care più in difficoltà di me con la vita. Nonostante le cose come stanno, io me la cavo.

Perché dopo la spurgo c’è la stanchezza, la stanchezza di tutto, tutto il liquame lurido dell’esistenza, e dopo la stanchezza di tutto viene infine la libertà.

[Immagine in copertina: Pink and Dark Color Abstract Painting by Diana on Pexels]